Giuseppe Solmi

Il manoscritto islamico

Questo testo è tratto dal volume

Il manoscritto islamico - Un'introduzione

di A.Balistrieri G.Solmi D.Villani

Editore NOVACHARTA 2015

Il Profeta

Maometto, il profeta dell’Islam (in arabo Muhammad, “Il Lodatissimo”) nacque e crebbe nella città carovaniera della Mecca, nella regione araba dello Hiǧāz. L’anno esatto della sua nascita è ignoto, ma egli venne alla luce di certo intorno al 570 d.C.

Le uniche date certe della sua vita sono quelle dell’Ègira (cioè l’emigrazione dei primi credenti a Medina, chiamata anticamente Yatrib) nel 622 e quella della sua morte, nel 632.

Maometto era un membro della potente tribù dei Quraysh, di fatto i signori della Mecca. Dopo un’infanzia tribolata sposò la ricca vedova Hadīǧa e dopo alcuni anni inizia a ritirarsi sul monte Hirā, in una grotta non lontana da Mecca, dove medita per lunghe ore. La tradizione vuole che, durante una di queste meditazioni, nell’anno 610 in occasione del mese di Ramadān, abbia ricevuto l’apparizione dell'arcangelo Gabriele, che lo persuase a diventare il Messaggero di Allāh.

Verso la fine del 612 Maometto intraprese l’apostolato pubblico, incontrando una forte resistenza da parte dei maggiorenti e del popolo meccani. Dal 622, quando si trasferì a Medina, la vita di Maometto fu caratterizzata non solo dalle costanti e frammentarie rivelazioni profetiche, ma anche da un costante sforzo politico teso ad assicurare una convivenza pacifica tra la comunità dei convertiti e gli abitanti di Medina, a garantire provvigioni all’oasi, ad organizzare militarmente la comunità e, in una parola, a consolidare e riaffermare la forza della propria posizione.

Infine, dopo varie spedizioni, Maometto e l’esercito dei musulmani nel 630 conquistò La Mecca.

Il passato pagano dell’Arabia preislamica verrà definito nel Corano con il termine spregiativo Ǧāhilīyya, “l’era dell’ignoranza”. La nuova religione, tuttavia, si innestò come è ovvio sulla cultura tradizionale araba del suo tempo. Perfetto esempio in tal senso è il culto della Kaͨba, la “pietra nera” della Mecca, un frammento di asteroide ritenuto sede di una potenza divina, e che già prima di Maometto godeva di particolare venerazione. Il santuario dedicato a questa pietra ha continuato infatti ad essere il luogo di pellegrinaggio più importante in assoluto fino ad oggi.

 

Il Corano

Il Corano è il libro sacro della religione islamica. Tutti i musulmani lo considerano “il Libro” per eccellenza, e riguardo ad esso la maggior parte di essi sostiene i dogmi della sua immutabilità, inimitabilità e co-eternità a Dio.

Testo tra i più letti, ricopiati e riprodotti della storia dell’uomo, il Corano ha rappresentato lungo i circa quattordici secoli della storia dell’islam il libro più degno di essere letto, riscritto e tramandato. I migliori scribi dell’ecumene islamica hanno così profuso le proprie competenze ed energie nella produzione di splendidi esemplari coranici sontuosamente ornati, realizzandoli secondo le norme di un genere di manoscritto codificato in modi del tutto peculiari.

La doppia pagina di apertura di un manoscritto coranico e le carte finali con il colophon, oltreché, occasionalmente, la doppia pagina centrale, sono di norma le parti dall’apparato decorativo più ricco: le decorazioni geometriche ad arabesco e l’impiego sapiente della policromia, il calcolo raffinato dei pieni e dei vuoti, per non parlare della studiata armonia delle proporzioni nella calligrafia e nella costruzione della pagina stessa, dei cartigli delle intitolazioni e persino degli elementi marginali della pagina, fanno spesse volte del Corano un manoscritto di pregio e rara bellezza.

La parola araba qur’ān significa recitazione, salmodia, lettura ad alta voce, proclamazione.

Il testo coranico fu internamente organizzato fin da tempi assai antichi in 114 capitoli detti Sure, a loro volta scandite in versetti detti ayāt. Premessa a ciascuna vi è un’invocazione detta in arabo basmala (ossia l’espressione “Nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso”), ad eccezione della Sura IX, anticamente unita alla VIII, che ne è priva.

Il testo di ogni Sura è preceduto dal titolo, generalmente costituito da una parola contenuta nella Sura stessa, ma assai spesso incongruo rispetto al suo contenuto generale. Di rado il contenuto di una singola Sura tratta di un unico argomento; nella maggior parte dei casi, inoltre, i versetti si susseguono senza un’articolazione logicamente stringente. Il messaggio coranico è inteso come universale. Il Libro è recitato dai musulmani nelle preghiere quotidiane e in un’amplissima gamma di occasioni; si ritiene spesso che la recita di particolari versetti possieda efficacia magica o curativa.

La struttura testuale del Corano è asistematica, pertanto risulta estremamente composita. Vi si trovano i fondamenti del credo e del culto islamici, esposti tuttavia senza alcun ordine rigoroso né in dettaglio. L’esigenza di chiarire molti passaggi coranici ai fedeli stessi, unitamente a quella di uniformare a regole chiare la vita delle comunità islamiche, indusse i dotti musulmani a produrre una sterminata messe di saggistica teologica e a sistematizzare divieti, regole e raccomandazioni contenute nel Corano in vere e proprie scuole di diritto, indagando al contempo la vita, i detti, le opere, le inclinazioni (e le omissioni) del profeta Maometto, sul quale, secondo i musulmani, il Libro “discese” in lingua araba “chiara” come rivelazione inattesa e gratuita da parte di Dio per mezzo dell’angelo Gabriele.

Fin dai primi secoli dell’Islam gli esegeti si interessarono alla risoluzione del problema di una classificazione cronologica delle Sure che fosse la più rigorosa possibile, applicando al testo del libro sacro le discipline della logica, della retorica e della filologia - in modo analogo a quanto era già stato in parte compiuto per la Bibbia ebraica e i Vangeli cristiani.

 

Il Manoscritto Islamico

La civiltà islamica prestò sempre la massima attenzione alla pratica del bello scrivere, la calligrafia: tale arte fu oggetto fin dai primi tempi dell’Islam di grande studio e venerazione, finendo per raggiungere vette di ammirevole bellezza.

Miniatura dallo Shahnameh, regione di Bukkara, XVII secolo.

A un primo esame, il manoscritto in caratteri arabi presenta numerose analogie e poche, caratteristiche differenze con il manoscritto medievale europeo. L’alfabeto arabo, ad esempio, al contrario di quello latino, scrive da destra a sinistra, circostanza che impone di rilegare il codice arabo sul lato destro anziché sul sinistro, e di sfogliarlo specularmente a come si fa con i manoscritti medievali occidentali.

Nella descrizione dei manoscritti islamici viene di solito indicata una doppia datazione: l’una si riferisce al calendario islamico che decorre dall’Ègira di Maometto (632 d.C.), laddove l’altra indica la datazione occidentale secondo il calendario gregoriano.

Come in Occidente, il supporto scrittorio maggiormente utilizzato fu inizialmente la pergamena, che nel mondo islamico fu assai presto soppiantata pressoché completamente dall’introduzione della carta - invenzione di probabile origine cinese. La pergamena in Oriente continuò ad essere utilizzata solo fino al X/XI secolo; in Occidente, invece, essa rimase il supporto più impiegato tra l’epoca altomedievale e i secoli XI/XIII, allorché la carta fece la sua comparsa anche in Europa e, sia pur più lentamente si impose.

La carta “occidentale” è prodotta attraverso la macerazione di tessuti, mentre quella “orientale” è di origine vegetale.

Lo strumento principe della scrittura araba era il calamo (in arabo qalam, derivato a sua volta dal greco antico kàlamos), ricavato da un bastoncino di canna con un’estremità tagliata secondo varie tecniche ed appuntita. Gli inchiostri utilizzati erano al carbone o metallo-gallici, ma esistevano anche miscele ottenute per combinazione da ambedue le tipologie.

Anche le legature islamiche possedevano tratti distintivi. Dal punto di vista decorativo, l’elemento maggiormente caratteristico ne rimase la mandorla centrale, che dal XIII secolo in avanti ne divenne il motivo più frequente.

 

La miniatura

Molti codici mediorientali islamici, al pari di quelli occidentali, erano riccamente miniati.

Quando si parla di miniatura islamica si fa riferimento a manoscritti non coranici, poiché le rappresentazioni di esseri viventi erano, quanto meno nei codici religiosi, rigorosamente vietate.

Pare che il primo manoscritto miniato in caratteri arabi risalga al XII secolo, mentre il più antico codice a noi noto contenente disegni geometrici e figure astrologiche risale all’inizio del secolo XI. Un ruolo importantissimo ebbero infatti le decorazioni di testi scientifici che trattavano di astronomia, matematica o botanica.

Quando si parla di miniatura araba ci si riferisce in realtà prevalentemente all’ambito persiano (e in seguito turco ottomano), poiché fu questa l’area nella quale, dal XIV al XVII secolo, nacque e si sviluppò tale fenomeno artistico.

La prima scuola di pittura può essere considerata quella di Baġdād, sorta nel XIII secolo. Quando, alla metà del secolo, quel grande centro culturale venne distrutto dall’invasione mongola (1258 d.C.), l’arte cinese irruppe sulla scena condizionando fortemente gli artisti persiani, i quali furono comunque capaci di elaborare linguaggi autonomi fondando importanti scuole come quella di Tabrīz (XIII - XIV secolo), Šīrāz ed Herāt (XIV – XV secolo).

Tra gli artisti più importanti di tali scuole vanno ricordati il grande Behzād (Herāt - Tabrīz, fine XV secolo) e Reżā ͨAbbāsī di Eṣfahān, tra molti altri.

Analogamente a quanto avveniva negli atélier europei, anche per le botteghe arabe la decorazione di un libro fu il risultato di un lavoro di équipe. Il maestro a capo dell’atélier sovrintendeva alla realizzazione artistica dell’opera e ne dipingeva le parti più significative, mentre ad allievi e collaboratori veniva affidata la lavorazione di tutte le altre componenti della miniatura. Analogamente a quanto succedeva in Europa, in particolar modo per i “Libri d’Ore” miniati che divennero un autentico status symbol, anche nel mondo arabo e persiano la decorazione del libro rappresentava una prova dello status politico e sociale del committente.

Durante il XVI secolo sorse nell’India settentrionale la dinastia islamica dei Moghul, che mutuò pensiero, lingua ufficiale e tecniche artistiche dalla Persia musulmana.

La lingua persiana era divenuta fin dal secolo XIV la lingua franca di tutta quella vastissima area geografica compresa tra Cina e Turchia.

Attraverso la graduale integrazione fra i modelli persiani, le tradizioni artistiche indiane e varie influenze europee si formò lo “stile moghul”, che raggiunse il suo apice nel corso della prima metà del XVII secolo. I regni di due grandi imperatori, Akbar (1556 - 1605 d.C.) e suo figlio Jahāngīr (1605 - 1627 d.C.), definirono le fasi salienti di questo stile.

 

Il mondo persiano

La Persia è la terra d’origine dell’antico impero fondato da Ciro il Grande nel corso del VI sec. a.C.

Diversamente dall’arabo, lingua semitica, il persiano è un antico idioma indoeuropeo al pari del sanscrito e del latino. In seguito alla conquista islamica della Persia, tuttavia, la lingua persiana accolse un enorme numero di arabismi e prese ad essere scritta con un alfabeto arabo lievemente modificato. Tale fase della storia della lingua persiana prese il nome di “neo-persiano”, e successivamente di fārsī.

Se l’arabo fu la lingua della fede islamica e della scienza, le vette della poesia e della letteratura parlarono persiano.

Il contributo dei dotti persiani alla definizione e al progresso della civiltà islamica fu determinante in ogni campo del sapere.

L’epoca classica della letteratura persiana copre i secoli dall’XI al XV. Lo Šāhnāmeh, o “Libro dei Re”, è l’epopea nazionale iraniana, il capolavoro del vate della poesia neopersiana Ferdowsī.

Tra la Persia e l’Azerbaijan Neẓāmī di Ganǧeh (1141 – 1209) compose poemi cavallereschi e mistici; nell’Oriente persiano, altresì detto Ḫorāsān, il sufismo si espresse nei lunghi poemi di ͨAṭṭār (1145/46 – 1221), mentre Rūmī, suo erede spirituale, compose il suo monumentale poema Maṯnavī-ye Maͨnavī (“I distici spirituali”), che fu definito “un Corano in versi persiani”.

A Šīrāz, inoltre, nacquero i due grandi poeti Saͨdī e Hāfeẓ, che rappresentarono l’apice della lirica persiana.

L’ultimo dei grandi autori classici persiani fu infine Ǧāmī (XV secolo), che visse e poetò a Herāt, magnifica corte degli ultimi sovrani Timuridi, importante centro della letteratura persiana e di una scuola celebrata di miniaturisti.